Una lezione che ho imparato da mio cugino di 6 anni

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Lezione mio cugino real language

Mio cugino ha 6 anni, ha iniziato le elementari da un paio di mesi, e si è già scontrato – a sua insaputa – con alcuni atteggiamenti limitanti della scuola italiana.

Purtroppo non lo vedo spesso, perché non viviamo nella stessa città, ma qualche giorno fa sono andata a trovarlo e mi ha raccontato un po’ come va a scuola, come si chiamano i suoi amici, qual è la sua materia preferita (matematica) e quella che non gli piace (italiano).

Mi ha anche mostrato, senza orgoglio né vergogna, ma tramite un racconto neutrale e fattuale, una nota che ha preso per aver tagliato i capelli a una sua compagna. Alla mia domanda “perché glieli hai tagliati?” mi ha risposto, con una leggera alzata di spalle e con il tono di chi sta esponendo un argomento logico, “perché me l’ha chiesto lei”.

Sfogliando il diario, mi sono imbattuta in un altro paio di note per reati minori (ma, c’è da dirlo, nella pagina più recente brillava anche una nota di merito foriera di speranza). A quel punto non avevo ancora visto i quaderni, ma mi aspettavo un inizio scolastico abbastanza disastroso, sebbene lui non sembrasse particolarmente toccato dalla situazione.

Gli chiedo allora se vuole mostrarmeli, perché sono curiosa di vedere cosa ha fatto in poco più di un mese di scuola e cosa ha imparato. Lui lascia la stanza e ritorna poco dopo con una pila di quaderni colorati.
Inizio a sfogliare quello di italiano e noto con piacere e sollievo una serie di pagine ordinate, scritte per lo più correttamente da un bambino che ha imparato a scrivere l’altro ieri e costellate di cornicette dal sapore vintage.
Quaderno di matematica: stessa ottima impressione.
Brave maestre, complimenti cugino.

Arrivo poi al quaderno di storia. Premessa: la storia all’inizio della prima elementare tratta più che altro i concetti temporali e il racconto di sé, non certo la storia come la intendiamo noi “grandi”.
Mi faccio raccontare da lui, che è orgoglioso di mostrarmi il suo lavoro, come ha fatto alcuni esercizi e cosa rappresentano i disegni (talvolta indecifrabili).

A un certo punto mi imbatto in un esercizio che la maestra ha segnato come “sbagliato”. E da qui, da quello che mi ha detto mio cugino, è partita la mia riflessione. L’esercizio era il seguente:

due immagini, una sotto l’altra: una rappresentava una macchina con a fianco un gatto seduto; l’altra la stessa macchina con sopra un uccellino. A fianco delle due immagini ne compariva una terza, in cui la macchina era ricoperta di impronte di gatto.
Consegna: “indica quale, tra le prime due immagini, rappresenta l’evento che ha portato alla conseguenza raffigurata nella terza immagine”.
Mio cugino ha segnato l’uccellino. Sbagliato: è il gatto che, camminando sulla macchina, lascia le impronte da gatto.
Logico, no? Infatti la maestra ha segnato errore.

Ma sentiamo la versione di mio cugino. Alla mia domanda “perché hai segnato l’uccellino?”, con tutta la naturalezza del mondo mi risponde: “perché io pensavo che prima l’uccellino era sulla macchina e poi il gatto saliva sulla macchina per andarlo a rincorrere e lasciava le impronte”.
Sbagliato? Non mi sembra proprio.

Alla nostra visione logica e sterile del ragionamento “impronte di gatto = prima c’era un gatto”, lui ha preferito d’istinto una storia che includeva tutti gli elementi che si trovava davanti, dando loro vita in una narrativa coerente e sensata. Ma la maestra ha scritto NO.

Ma non è finita qui. Stesso quaderno, stessa materia, stesso tipo di esercizio. Questa volta soltanto due immagini, di cui una rappresenta una casa normale, con tutti i suoi pezzi a posto, e l’altra una casa con dei buchi, i mattoni visibili dall’esterno, delle travi che pendono.
Consegna: “indica quale delle due immagini viene prima”. A noi adulti, vedendo l’immagine, viene automatico dire “la prima è una casa in costruzione e la seconda è una casa finita”. È così che l’esercizio era stato concepito (da un adulto che conosce l’aspetto di una casa in costruzione). Mio cugino però ha segnato prima la casa finita e poi quella a pezzi. La sua spiegazione? “Sì, è vero che questa magari è una casa che stanno costruendo, però potrebbe anche essere una casa rotta, quindi prima c’è la casa intera e poi quella rotta. Anche le case si possono rompere!”.
Come dargli torto?

Ora, lo scopo di questo mio racconto non è né quello di giudicare la maestra, che comunque mi sembra stia facendo un buon lavoro in generale, né di criticare la tipologia di esercizi assegnata ai bambini. Non ho le competenze per giudicare la didattica della storia in prima elementare.

Vorrei però proporre una riflessione, sia ai colleghi insegnanti che ai genitori che si ritrovano a sfogliare i quaderni dei bambini e a commentare con loro il lavoro svolto a scuola.

Perché, invece di scrivere NO e chiudere il discorso, non proviamo ad ascoltare i ragionamenti dei bambini e ad incoraggiarli a ragionare sulle cose? La maestra non avrebbe forse potuto chiedergli il perché della crocetta sull’immagine “sbagliata”? A quel punto, ascoltate le ragioni del bambino, avrebbe potuto per prima cosa dirgli “hai ragionato bene” e poi, se proprio non se la sentiva di non segnare l’errore, quanto meno avrebbe potuto spiegargli come l’esercizio era stato inteso originariamente. Ma credo che sia fondamentale comunicargli che ha fatto un bel ragionamento.
In fondo lo scopo dell’esercizio era quello di verificare che il bambino avesse compreso i concetti di sequenzialità temporale, e non si può dire che lui non ne abbia dimostrato padronanza.

Se per le maestre dovesse risultare difficile indagare sul perché degli errori degli studenti per mille motivi (mancanza di tempo, troppi bambini in una classe, eccetera), penso che i genitori potrebbero dare una mano nell’ovviare a questa mancanza. Sfogliando i quaderni e chiacchierando con i bambini, invece di condannare gli errori a prescindere, cerchiamo di capire cosa c’è dietro. E se dietro c’è un processo di ragionamento valido, o una scintilla di creatività, cerchiamo di incoraggiare questi processi invece di sopprimerli e riconosciamo ai bambini che, innanzitutto hanno fatto bene a impegnarsi nell’esercizio mettendoci il cervello, e poi che il loro ragionamento ha una sua validità.

Penso che sia un atteggiamento che, come educatori e genitori, dovremmo iniziare ad adottare in maniera sistematica.
Ne vale la pena? Secondo la teoria della mentalità di crescita, sì.

Questi i possibili vantaggi:

  1. Dimostriamo loro che ragionare è un atteggiamento positivo
  2. Lodando il processo e lo sforzo che hanno messo nel fare l’esercizio, li aiutiamo a sviluppare una mentalità che non concepisce l’intelligenza come fissa e immutabile, ma come una sorta di muscolo che si può allenare e sviluppare, con i conseguenti benefici illustrati in questo articolo
  3. Li aiutiamo a coltivare la creatività e il pensiero laterale
  4. Offriamo loro ascolto e comprensione, invece che biasimo cieco e inamovibile
  5. Li aiutiamo ad affrontare i possibili errori con più serenità e a comprendere che fanno parte del processo di apprendimento

 

Un consiglio di lettura per approfondire l’argomento: Mindset – Cambiare Forma Mentis per Raggiungere il Successo

 

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