Carol Dweck: quando lodare i bambini diventa pericoloso

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Mentalità di crescita

“Sei proprio un bambino intelligente”. Quale bambino non ha mai voluto sentirsi dire questa frase da un genitore o un educatore? E quanti genitori o educatori considererebbero sbagliato dire una cosa del genere a un bambino?
Ebbene, in realtà sarebbe meglio evitare. Una frase così semplice e apparentemente motivante è in realtà insidiosa per lo sviluppo del bambino. No, non si tratta dell’opinione di un qualche educatore mal informato o del primo che passa e sente la necessità di dire la sua. È piuttosto il risultato di decenni di studi da parte di Carol Dweck, ricercatrice in psicologia dell’Università di Stanford, che ha dedicato la sua vita alla ricerca sulla motivazione.

 

L’esperimento

Tutto è partito con un esperimento condotto su circa 400 bambini americani. Ecco come si è svolta la ricerca:

  • A tutti i bambini è stato dato un test di intelligenza molto facile.
  • Alla fine del test, i bambini sono stati lodati in due modi diversi: al primo gruppo è stato detto “Wow, bravissimi, si vede che siete molto intelligenti”. L’altro gruppo, invece, ha ricevuto un “Wow, bel lavoro, si vede che avete lavorato duro”.
  • Ai bambini è stato poi proposto di fare un altro test, potendo però scegliere se farne uno un po’ più difficile oppure uno simile al primo, in cui avrebbero sicuramente ottenuto ancora un buon risultato.
    Le scelte dei bambini nei due gruppi sono state radicalmente diverse.
    Nel primo gruppo, quello lodato per l’intelligenza, il 67% dei bambini ha scelto l’opzione più facile, mentre nel gruppo lodato per lo sforzo il 92% ha scelto il test più difficile, la sfida.
    Piccola differenza nella lode, grande impatto sulla psicologia dei piccoli.
    Ma l’esperimento non è finito qui.
  • I bambini hanno poi ricevuto un test molto difficile, che sicuramente nessuno sarebbe stato in grado di affrontare.
    Vogliamo provare a indovinare le reazioni?
    I bimbi lodati per lo sforzo hanno lavorato più duramente, più a lungo, e si sono divertiti, mentre quelli lodati per l’intelligenza hanno trovato l’esperienza frustrante e hanno gettato la spugna molto prima.
  • L’esperimento si è concluso infine con un ultimo test, facile come il primo. Potremmo aspettarci una performance simile alla prima volta, trattandosi praticamente dello stesso test. Invece no: il gruppo lodato per l’intelligenza ha ottenuto risultati del 20% peggiori rispetto al primo test, mentre il gruppo lodato per lo sforzo è migliorato del 30%. Si tratta di uno scarto del 50%, portato soltanto da una piccola – ma a questo punto possiamo dire cruciale – differenza nel modo in cui sono stati lodati.

 

E’ facile comprendere dunque quanto le lodi di per sé non abbiano necessariamente un’influenza positiva sui bambini: è piuttosto il modo in cui li lodiamo che ha il potere di costruire oppure di distruggere il loro sviluppo.

 

Mentalità di crescita vs mentalità fissa

È da questa ricerca e da una serie di altri studi che Carol Dweck ha sviluppato i concetti contrapposti di mentalità fissa  (fixed mindset) e mentalità di crescita (growth mindset).

A seconda di come parliamo ai bambini, possiamo stimolare lo sviluppo di una o dell’altra. Vediamone le caratteristiche.

 

Fixed mindset – mentalità fissa

Chi possiede questa mentalità è convinto inconsciamente che l’intelligenza e le abilità siano caratteristiche innate, fisse: i nostri successi o insuccessi sarebbero quindi predeterminati e noi potremmo fare molto poco per cambiare la situazione. Se io sono convinto di essere intelligente, ricercherò a tutti i costi il successo ed eviterò il fallimento non per migliorarmi, ma per riaffermare sempre, a me stesso e agli altri, la convinzione di essere intrinsecamente intelligente.

Le conseguenze di questa mentalità sono allarmanti:

  • Si evitano le sfide
  • Si getta la spugna facilmente
  • Si concepisce lo sforzo come inutile
  • Si ignorano i feedback negativi
  • Ci si sente minacciati dal successo degli altri

Crescere e migliorarsi diventa dunque, se non impossibile, certamente molto, molto difficile.

 

Growth mindset – mentalità di crescita

Sviluppare una mentalità di crescita significa invece concepire l’intelligenza e l’abilità come in continua evoluzione, un’evoluzione che noi possiamo decidere di alimentare tramite lo sforzo e l’impegno. Il fallimento non è quindi un segno di ottusità, ma una sfida da raccogliere per migliorarci.

Quali sono i benefici?

  • Le sfide non si evitano ma si accolgono
  • Si sviluppano perseveranza e resilienza
  • Lo sforzo serve ad affinare le abilità
  • Le critiche e gli errori servono a imparare
  • Il successo degli altri è fonte di ispirazione
  • Si ricerca l’apprendimento, non l’approvazione

Tutto questo porta ad ottenere maggiori successi nella vita, apprezzando non soltanto l’arrivo ma anche il viaggio.

 

Come stimolare lo sviluppo di una mentalità di crescita nei bambini?

Come genitori ed educatori non possiamo non avere a cuore questo quesito.

Abbiamo visto che gran parte del lavoro sta nel modo in cui lodiamo i bambini.
Per trasmettere una certa mentalità a loro, dobbiamo prima fare un lavoro su di noi. Iniziamo noi in prima persona, genitori e insegnanti, a vederli come persone in evoluzione e non come “bravi” o “non bravi”.

 

Togliamoci quindi l’abitudine di etichettare i bambini.

È facile intuire come le etichette negative siano assolutamente da evitare. Un po’ meno intuitivo è invece considerare che anche espressioni (che derivano a loro volta da nostre convinzioni interiori) quali “Luca è proprio un bravo bambino”, “Giulia è molto intelligente, prende sempre 10” siano etichette. E, in quanto tali, portano con sé i pericoli che abbiamo visto. Se Luca e Giulia sentono sempre parlare di sé in questo modo, sarà facile per loro convincersi di essere così e correranno il rischio di “sedersi” dentro a questo ruolo fisso e immutabile che è stato loro assegnato. Le prossime sfide che incontreranno saranno per loro sempre meno stimolanti e verranno affrontate con sempre meno impegno, poiché il successo sarà dato per scontato. Allo stesso modo, difficilmente saranno guidati da curiosità e motivazione intrinseca all’apprendimento, perché per loro il successo è garantito.

Tutto questo si può correggere modificando il modo in cui interagiamo con loro, le parole che usiamo. Luca allora non sarà più “un bravo bambino”, ma un “bambino che ascolta e si impegna per comportarsi bene”. Allo stesso modo, Giulia è una bambina che “lavora sodo per ottenere quei 10”. Il risultato pratico è lo stesso: Luca si comporta bene e Giulia prende 10. Ma sviluppando nei bambini una mentalità di crescita, si convinceranno che questo risultato è frutto del loro sforzo, non di una caratteristica innata, con tutti i benefici che, come abbiamo visto, questo può portare nel loro futuro.

Hai lavorato bene

 

Anche il modo con cui reagiamo al loro fallimento li aiuta a sviluppare il giusto mindset.

Anche qui, poche e semplici parole fanno una grande differenza.
La prossima volta che i bambini non riusciranno in un compito, proviamo ad attuare questo cambio di prospettiva: invece che dire “non ce l’hai fatta”, diciamo “non ce l’hai ANCORA fatta”.
È sempre la Dweck, in un’interessante TED Talk dal titolo The Power of Believing that You Can Improve, a parlare del Potere del “non ancora”. La ricercatrice cita la politica di assegnazione dei voti di una scuola superiore di Chicago, dove agli studenti che non riescono a passare un corso viene dato il voto “non ancora”. Due paroline molto lontane dai nostri “insufficiente”, “non suff.”, eccetera. Due paroline che aiutano lo studente a sentirsi inserito in un percorso verso il futuro, che non chiudono il discorso.

 

Modifichiamo le nostre aspettative.

Cosa ci aspettiamo dai nostri bambini? Che portino a casa sempre voti eccellenti o che si impegnino in quello che fanno e ne trovino soddisfazione (e poi i voti verranno di conseguenza)?

I bambini sono maestri nel captare quello che noi vogliamo da loro. Non c’è finzione che tenga. Allora sta a noi modificare le nostre aspettative, se vogliamo aiutarli a sviluppare una mentalità dinamica e positiva.
La prossima volta, invece che dire a Giulia “Studia, così prendi 10” o “Bravissima, hai preso 10!”, proviamo invece a concentrarci su quello che ha imparato e a interessarci, a trasmetterle passione: “Domani hai la verifica di inglese: insegnami un po’ quello che hai imparato, così lo imparo anch’io!”.

Sempre in The Power of Believing that You Can Improve, la Dweck ci mette in guardia dal pericolo di un approccio sbagliato. La studiosa ci chiede: “Come stiamo crescendo i nostri figli? (…) Stiamo crescendo bambini ossessionati dal prendere 10? Stiamo crescendo bambini che non sono capaci di avere grandi sogni? Il loro obiettivo più grande è il prossimo 10, il prossimo punteggio di un test? Si porteranno dietro questo costante bisogno di conferme e approvazione nella loro vita futura? Probabilmente sì, perché molti datori di lavoro stanno venendo da me a dirmi che abbiamo già cresciuto una generazione di giovani lavoratori che non riescono ad arrivare alla fine della giornata senza un riconoscimento”.

 

Possiamo anche renderli consapevoli del processo…

spiegando loro quello che avviene nel cervello quando imparano. Perchè imparare l'inglese in età precoce cervello In questo modo rendiamo il tutto più tangibile e li aiutiamo a sviluppare la convinzione che l’intelligenza e le capacità siano qualcosa da coltivare e migliorare attraverso la pratica.
Possiamo dunque insegnare loro che ogni volta che affrontano qualcosa di nuovo e difficile, le connessioni all’interno del loro cervello man mano si rinforzano e, nel tempo, diventeranno più abili e capaci. Non c’è bisogno di usare termini neurologici, basta spiegare ciò che avviene con parole semplici e immagini.

Dobbiamo anche spiegare loro che gli errori fanno parte del processo di apprendimento. In questo modo, non ne avranno paura.

 

 

Ma attenzione ai pericoli!

Libro carol Dweck the new psychology of successLa teoria del growth mindset di Carol Dweck ha avuto enorme popolarità, a partire dal 2006, anno di pubblicazione del suo Mindset: the New Psychology of Success, libro che ha illustrato per la prima volta la teoria che abbiamo analizzato.
I suoi insegnamenti sono quindi stati ripresi, rielaborati e ripresentati in diverse forme innumerevoli volte e, come accade in questi casi, sono stati talvolta eccessivamente semplificati, con il rischio di trovare un’applicazione sbagliata. In un’intervista a The Atlantic, How praise became a consolation prize, la Dweck spiega come il concetto di growth mindset sia stato spesso frainteso. La studiosa ha notato la tendenza di molti educatori a lodare lo sforzo del bambino anche di fronte al fallimento, quindi uno sforzo inefficace. Dicendo semplicemente a un bambino “Wow, hai lavorato duro!” anche quando il lavoro non è stato di successo, lo studente prenderà la lode come una sorta di premio di consolazione. Chiudendo il discorso in questo modo, il bambino percepirà anche di non essere abbastanza capace: cadremo così nella trappola della mentalità fissa e gli trasmetteremo involontariamente lo stesso mindest che vogliamo eradicare.

 

Come fare allora a evitare questo pericolo?

È giusto focalizzarsi sul processo invece che sul risultato, ma è anche necessario e cruciale dimostrare come lo sforzo abbia portato o possa portare al risultato. L’insegnamento “loda lo sforzo” deve essere quindi trasformato in “loda lo sforzo che porta al progresso”. Occorre legare il lavoro al risultato, evidenziare le strategie giuste da utilizzare per avere successo. Quando un bambino fallisce, non limitiamoci a dirgli “hai lavorato sodo”, ma trasformiamo il nostro feedback in “hai lavorato sodo, ma forse non hai usato la strategia giusta. Come altro si potrebbe fare? Se questa risorsa che hai usato non funziona, prova a usarne un’altra…”.
Se non aggiungiamo questo concetto, rischiamo che i bambini continuino a sbattere la testa contro il muro sforzandosi con strategie inefficaci.

 

In conclusione: il primo sforzo da fare è nostro

Genitori, insegnanti, nonni, figure di riferimento: non aspettiamo che sia qualcun altro a prendere in mano la situazione. Il potere di trasmettere un certo tipo di mentalità ai bambini è nelle nostre mani, e dobbiamo farne buon uso. Non si può però applicare un concetto di cui non si è pienamente convinti o rischiare di cadere negli errori di interpretazione di cui sopra: il primo passo da fare è dunque cercare di comprendere a fondo il concetto di growth mindset. Ecco qualche risorsa utile:

 
 
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